Quando climatologia, geologia ed archeologia si abbracciano

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  • Marco C.
    Consiglio direttivo
    • Jun 2006
    • 15660

    Quando climatologia, geologia ed archeologia si abbracciano

    2. I processi formativi del territorio montagnanese sotto il profilo geomorfologico

    2.1. Premessa

    La base autentica di ogni paesaggio terrestre é data dalla sua conformazione geomorfologica, ossia dagli aspetti morfologici, litologici e strutturali del territorio: elementi antecedenti ogni successiva colonizzazione vegetale e animale. L'aspetto fisico di un territorio é logica conseguenza della sua evoluzione geologica e la conoscenza nei suoi processi formativi si rivela essenziale per la individuazione e la comprensione del quadro ambientale in cui si inseriscono le vari culture pre-protostoriche. Essa infatti ci fornisce una ‘‘chiave’’ fondamentale per la comprensione della storia dell’uomo dalle origini fino ai giorni nostri.
    Primo spunto per intraprendere questo tipo d’indagine ci viene dato dalla morfologia visibile sul terreno dalla quale, specie nelle pianure alluvionali, si può risalire agli eventi idrogeologici che l’hanno determinata.
    Così un primo esame del territorio mostra come sia le linee di comunicazione che i centri abitati siano sorti preferenzialmente lungo precise direttive che nella stragrande maggioranza dei casi corrispondono a naturali elevazioni del terreno. La giacitura naturale dei terreni è per lo più pianeggiante, però il paesaggio, tutt’altro che isotropico, è caratterizzato dall’alternarsi di leggeri rilievi della superficie, chiamati dossi , e avvallamenti e bassure più o meno ampi; i dislivelli massimi di queste ondulazioni della pianura raggiungono anche i 3-4 metri . Ecco quindi introdotto l'elemento senza dubbio più tipico del paesaggio montagnanese: quel continuo alternarsi di elevazioni (dossi) e bassure o bacini interfluviali (un tempo spesso occupati da palù o laghi) proprio di aree dove nel passato si svolsero intensi processi morfogenetici fluviali .

    2.2. Formazione della pianura veneto-atesina e del paleoalveo atesino di Montagnana

    2.2.1. Dalle origini fino alla tarda età del Ferro


    Più in generale le origini morfologiche di questo paesaggio vanno ricercate nell’ambito della formazione della pianura veneto-atesina che si formò contemporaneamente (dai colli Berici fino all’attuale corso dell’Adige fin verso Mantova) tramite i depositi fluvio- glaciali (prevalentemente sabbie e silt nei tratti distali) verso la fine della glaciazione Wurmiana: l’intervallo di tempo a partire dal quale iniziò la realizzazione della grandiosa successione di incisioni, aggradazioni e terrazzamenti operati dai canali meandriformi del fiume Adige .
    Come riferito in precedenza, negli studi effettuati da Sorbini negli anni ottanta, l’unità geomorfologica in cui si è originato e sviluppato l’antico dosso riferibile al paleoalveo di Montagnana, è stata da esso definita ‘‘Piano di divagazione dell’Adige’’ e si trova ‘‘incastrato nel Conoide antico del fiume Adige’’ ossia quell’ampia vallata atesina, che a SE di Verona si allarga enormemente formando un ampio bacino di forma sub-rettangolare e che poi torna nuovamente a restringersi con gli orli dei terrazzi che convergono verso l’attuale corso dell’Adige tra Albaredo e Roverchiara. All’interno di esso il ‘‘Piano di divagazione’’ è appunto contraddistinto da un paesaggio da un’ampia fascia di dossi e bassure che assumono una direzione in senso O/E; lo stesso piano di divagazione è compreso nelle scarpate delle quali sono ancor ben individuabili le tracce.
    Dunque tra l’età tardiglaciale wurmiana e l’olocene antico, cioè tra 18.000 anni a.C. e una fase precedente all’età neolitica, si forma il paleoalveo di Montagnana-Este inserito, come detto, all’interno di fasce dossive di età più antiche, cui è stata proprio la loro incisione a dare origine a varie superfici terrazzate disposte parallelamente al solco del fiume. Lo studio pubblicato da Balista (1998) sulla ‘‘l’evoluzione geomorfologica del transetto geomorfologico compreso fra Montagnana- Borgo san Zeno e Megliadino san Fidenzio’’ nel 1998, ha avanzato un’ipotesi di ricostruzione geoarcheologica in un’area nella quale compaiono molte e significative testimonianze insediative tra Bronzo Medio e Recente e tarda età romana; esso ha anche portato ad una analisi attenta basata sui dati rilevati nel corso dei numerosi interventi archeologici effettuati nell’area a partire dalla seconda metà degli anni settanta.
    Grazie sia alle prospezioni geognostiche che alla descrizione di sequenze stratigrafiche, derivate dalle passate campagne, è stato possibile individuare elementi che permettono di risalire ad un quadro morfogenetico e paleoambientale (ricostruito anche sulla base di un’indagine palinologica eseguita da Arobba e Paganelli) di questo territorio, che risulta

    Fig. 1: Schema geomorfologico della pianura veneto-atesina proposto da G.C. Zaffanella (in ‘‘Geomorfologia e Archeologia preistorica nel territorio compreso tra l’Adige, i colli Berici e i colli Euganei’’ 1981). Nella carta sono evidenziate in sinistra Adige le scarpate di età olocenica antica riferibili alla costruzione del ‘‘Piano di divagazione dell’Adige’’ incastrata nel Conoide antico dell’Adige. Inoltre è chiaramente visibile l’antico corso del paleoalveo atesino passante per il territorio di Montagnana.



    già determinato nella sua sostanza dal tardo Preoboreale-Boreale quindi intorno a 10.000-9.000 anni fa.
    Le informazioni raccolte indicano che ‘‘l’alveo del paleo Adige si è andato in un primo tempo infossando e poi gradualmente innalzando per opera di successive ricolmature dal suo originale solco sovradimensionato’’ (BALISTA 1998). Naturalmente questo processo è avvenuto per gradi e come testimoniano i dati in possesso, sopratutto le testimonianze polliniche, indicano come i periodi climatici abbiano determinato l’evoluzione geomorfologica della zona, come testimoniato pure dalle sequenze stratigrafiche e dallo schema proposto sempre dal dr Claudio Balista.
    Da queste indagini è stato possibile dunque effettuare un’analisi del paleombiente che caratterizzava in particolare la località di Borgo San Zeno di Montagnana, ma di fatto estendibile, seguendo l’antica asta fluviale atesina, fin verso l’area di Megliadino San Fidenzio accomunata alla prima da un paesaggio geomorfologico molto simile.
    Si diceva in precedenza che nella sostanza, durante la fase climatica compresa tra il Preboreale-Boreale caratterizzata da un periodo secco e da scarsità di precipitazioni, la piana atesina si fosse stabilizzata nelle condizioni paesaggistiche in gran parte simili a quelle attuali. Zaffanella ipotizza che risalga a questo periodo arido e ventoso il colmamento e l’occultamento di molte vallate pleistoceniche atesine relitte. Ciò avveniva secondo lo studioso montagnanese ‘’tramite un deposito entro tali depressioni vallive di fini particelle-limi-trasportate in sospensione dal vento’’ (ZAFFANELLA 1987).
    Nella successiva età Atlantica, tra l’8000 e il 5000 a.C., si registra un netto cambiamento delle condizioni climatiche più marcatamente caldo-umide (optimum climatico olocenico). Sotto il profilo pedologico questo momento climatico assume grande importanza: le favorevoli condizioni climatiche, la copertura erbacea ed arborea e limitatamente l’azione animale ed antropica determinarono la formazione dei tipici paleosuoli di colore rossiccio ampiamente diffuso specie sulle culminazioni geomorfologiche o dossi dell’antica Conoide del fiume Adige, dalla pianura mantovana a quella padovana (ZAFFANELLA, 1999) . Tale paleosuolo dimostra scheletro franco-sabbioso, in quanto la pedogenesi ‘‘atlantica’’ si verificò sul tetto sabbioso degli antichi depositi atesini . Dalle indagini palinologiche effettuati a Borgo San Zeno emerge che nella fase Atlantica la presenza di uno stadio d’invegetamento in forte incremento dopo il verificarsi di una serie di limitate esondazioni sulla superficie della terrazza bassa .
    A partire dal periodo definito Sub-boreale, intorno al 5000 a.C., si assiste ad un nuovo mutamento delle condizioni atmosferiche improntate ad una maggiore variabilità del clima, nel senso di una maggiore estremizzazione degli eventi sottoforma di un’alternanza tra fasi più o meno secchi con conseguenti ripercussioni sui regimi idrologici dei fiumi.
    Per quanto concerne il paleoalveo atesino indagato, si verifica in questa fase iniziale un nuovo ciclo di deposizioni alluvionali, successivamente si denota al contrario un processo di ‘‘prosciugamento’’ della terrazza provato da una diminuzione della copertura arborea. Non si tratta dell’unica peculiarità evidenziata dalle indagini palinologiche che anzi fanno intendere che ci siano stati in loco interventi di deforestazione, nonché sempre grazie allo studio dei pollini si è dimostrata la presenza di alcuni tipi di cereali a testimoniare il probabile primo impatto nel territorio dell’agricoltura. Nell’ultima fase del Sub-boreale, intorno al 2500 a.C. ha luogo nell’area di Borgo San Zeno l’ennesima deposizione alluvionale esondativa, sopra questo nuovo sub-strato durante il Bronzo Medio e Recente si segnalano le prime testimonianze riferibili allo stanziamento di uno tra i primi insediamenti stabili dell’area . Il sito si caratterizza per la presenza di canalette nei pressi del piano di calpestio delle abitazioni con la probabile funzione di agire come scarico per le acque in eccesso (soprattutto per il drenaggio o nell’eventualità di un’esondazione fluviale).
    Due nuove sequenze alluvionali interessano un vasto tratto dell’asta fluviale atesina sul finire del Bronzo Recente andando ad obliterare l’orizzonte antropico precedentemente descritto. L’ultima delle due sta probabilmente all’origine dello spostamento di un meandro del fiume verso nord.
    Approfittando di una fase d’insolcamento dell’alveo dell’Adige dovuta ad una diminuzione del suo regime idrometrico , a partire dal Bronzo finale e durante la prima età del Ferro, si colloca nelle vicinanze della nuova sponda fluviale il nuovo abitato di Borgo San Zeno . Questa condizione di stabilità del fiume perdura almeno fino al VI sec. a.C. quando in seguito si verifica un esteso peggioramento delle condizioni del regime idrometrico del fiume, con parecchi e massicci episodi di alluvionamento lungo l’asta atesina compresa tra Montagnana ed Este probabilmente legati a loro volta ad una evoluzione del clima caratterizzato in questa fase da una maggiore componente fresco/umida.
    Un ulteriore prova in tal senso sarebbe data da un abbandono dell’area di Borgo San Zeno avvenuta proprio intorno al VI secolo a.C. quando il dissesto causato dalle esondazioni del fiume avrebbe indotto uno spostamento di tali infrastrutture verso zone più lontane dalla sua minaccia, nonostante il rinvenimento di una struttura arginata la cui costruzione rivelerebbe un tentativo abbozzato di recuperare lo spazio perispondale ‘’perduto’’, recupero che si concretizzerà però solo a partire dall’epoca romana (per quest’ultime considerazioni vedi anche cap.III, par.3, pag.102).

    2.2.2. Dall’età romana ai giorni nostri


    Con l’epoca romana le condizioni climatiche mutano in senso caldo e secco, facilitando le opere di bonifica agraria e di centuriazione che sono evidenti ancora sull’intero territorio montagnanese specialmente sulle zone spondali rispetto all’antico corso fluviale atesino, dove probabilmente scorrevano le arterie stradali, anche se in linea di massima prevale un insediamento di tipo sparso (con prevalente formazione di medie e piccole proprietà) frutto sicuramente della strategia di occupazione territoriale a fini agrari attuata dalle popolazioni romane (ZAFFANELLA 1999).
    Il quadro paleo-ambientale e climatico muta drasticamente in età tardo antica-alto medievale quando assistiamo ad un nuovo e marcato peggioramento delle condizioni climatiche che producono effetti disastrosi nella pianura veneta meridionale. Situazione che determina decisive trasformazioni del paesaggio, testimoniate pure dalle fonti storiche e che assommata all’incuria dell’amministrazione romano-barbarica nel mantenimento di un’efficiente rete idrica, causa l’abbandono degli antichi alvei fluviali ormai sopralluvionati in favore di aree più depresse sulle quali scorrere. In particolare a causa di una sfavorevole condizione tettonica ancora in atto (sprofondamento del settore a sud del gomito dell’Adige e posto fra l’alta e la media pianura) , e con innesco a partire da un intervallo di accertato deterioramento climatico (oscillazione fresco-umida del Diluvium), si ebbe una serie di alluvioni parossistiche lungo la diramazione atesina di Montagnana-Este. Il rapido intasamento per sopralluvionamento di ampi settori dell’alveo indusse una diversione dei carichi idrici e sedimentari in una diramazione minore, forse quella dell’Adigetto in età romana, che registrò dapprima una serie di esondazioni locali e che alla fine fu by-passato dal nuovo percorso dell’Adige di età medievale, il quale nel suo percorso verso il mare sfruttò una serie di paleoalvei minori preesistenti.
    Sia questi eventi alluvionali, sia il totale abbandono dell’alveo atesino passante per Montagnana-Este che il definitivo attestarsi dell’Adige nel suo attuale alveo passante per Legnago e Badia Polesine sono ascrivibili a tale epoca altomedievale .
    Per quel che concerne il territorio montagnanese dopo tali episodi esondativi soprattutto la zona più meridionale dell’area, in quanto morfologicamente più depressa, rimase a lungo (per tutto il basso medioevo e per almeno l’inizio dell’età moderna) coperta da specchi lacustri, che non più saltuariamente alimentati da flussi fluviali, lentamente si restrinsero e si trasformarono in aree palustri .
    Un vero intervento di recupero del territorio determinato soprattutto da esigenze legate alla produttività agricola fu operato dalla Repubblica di Venezia non prima della seconda metà del XVI secolo d.C. quando la stessa cominciò ad istituire una serie di consorzi o retratti per intraprendere le opere di bonifica necessarie. Soprattutto durante il XVII e XVIII secolo si sono avuti nel distretto di Montagnana importanti opere di carattere idraulico come la realizzazione di fondamentali canali di scolo: il Vampadore, il San Vitale, il Correr solo per citarne alcuni. Grazie a questa politica d’intervento coordinato, queste aree della bassa pianura veneta, nel corso degli ultimi secoli, sono diventate da un punto di vista agricolo tra le zone più produttive dell’intera valle padana.
    Oggi essi costituiscono alcuni dei bacini del Consorzio di Bonifica Euganeo, con sede a Este, istituito in base alla Legge regionale n.3/80 e che copre una superficie complessiva di 70000 ha, interessando le province di Padova, Verona e Vicenza.

    2.3. L’antico percorso dell’Adige nel territorio Montagnanese

    Nel corso del precedente paragrafo, era stato sottolineato che il paleoalveo atesino passante per Montagnana, riferibile ad un percorso del fiume di età olocenica , risultava inserito all’interno di fasce dossive di età più antica , la cui incisione aveva dato origine a varie superfici terrazzate, disposte parallelamente al solco del fiume olocenico. Conseguentemente a questa osservazione è possibile delineare sia dalle indagini svolte tramite survey, sia dalle immagini satellitari ed aeree, in modo abbastanza preciso, l’antico percorso del fiume Adige in seno al territorio montagnanese. In particolare nel 1999 Giancarlo Zaffanella ha illustrato i principali elementi geomorfologici in un fotomosaico aereo concernente la piana veneto-atesina compresa tra l’Adige e i colli Euganei.
    Da questa carta si può osservare che il paleoalveo fluviale dell’Adige scorreva nella piana veneta meridionale staccandosi dall’attuale nei pressi di Bonavigo, poi con ampie anse si dirigeva verso: San Stefano di Minerbe, Minerbe, San Zenone, toccando Bevilacqua; quindi con deciso gomito si rivolgeva in direzione E, seguendo la strada statale 10 lungo la Luppia , puntando verso Montagnana (la cui cinta muraria medievale sorse proprio sopra tale alveo relitto e sopraelevato, comprendendo verso settentrione anche parte di un antico dosso pleistocenico). Il corso del fiume in uscita dall’attuale centro storico prendeva una piega verso SE fino a cambiare nuovamente senso , con una grande ansa in corrispondenza della località Cà Negri, in direzione ENE.
    In prossimità di Saletto l’Adige rientrava così lungo la SS10 padana inferiore, con un’attenuazione del rilievo dossivo (BALISTA 1998). Superato questo paese, il paleoalveo si spostava nuovamente verso SE dividendosi in due rami: uno (il ramo meridionale) seguiva l’attuale via Arzarello in direzione di Santa Margherita, l’altro (il ramo settentrionale) restava sul percorso dell’odierna statale. Tra i due è presumibile la formazione di isolotti fluviali come dimostrerebbe il rinvenimento di una necropoli della media età del Ferro(ZAFFANELLA 1979; DE MIN1981).
    Il ricongiungimento dei due rami si verificava in località Vallancon, l’Adige usciva così dal territorio montagnanese con andamento perfettamento rettilineo lungo la SS10, proseguendo poi per Ospedaletto Euganeo dirigendosi poi, sempre con la medesima direzione, verso Este.
  • Marco C.
    Consiglio direttivo
    • Jun 2006
    • 15660

    #2
    Tratta dalla Tesi di Laurea


    IL TERRITORIO DI MONTAGNANA DALLE ORIGINI FINO ALL’ETA’ DEL FERRO.
    UN CASO DI STUDIO: L’ABITATO ARGINATO DI SPINO OVEST A MEGLIADINO SAN FIDENZIO

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    • steva
      Socio Estremo Meteo4
      • Jul 2006
      • 5505

      #3
      Gran lavoro!
      stasera me lo leggo con calma..
      Chel sior li in te la foto el sta visin a Voltascirocco, nonostante ciò el vede pi neve lu de tutti quanti ogni olta!

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      • Angelo
        Consiglio direttivo
        • Jun 2006
        • 12323

        #4
        Urka!!! Me lo salvo e lo leggo per bene dopo. Di sicuro sarà un grandissimo lavoro!!
        https://www.meteoarena.com/

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        • #5
          Re: Quando climatologia, geologia ed archeologia si abbracciano

          che cervello... e non solo per fortuna

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          • Siro Morello
            Consiglio Direttivo
            • Aug 2006
            • 5662

            #6
            Re: Quando climatologia, geologia ed archeologia si abbracciano

            Sicuramente Ilaria apprezzerai Marco in una maniera diversa da noi.
            Quando dicevano che sarebbe stato il peggior inverno del secolo ora so a cosa si riferivano

            Comment


            • #7
              Re: Quando climatologia, geologia ed archeologia si abbracciano

              Originariamente inviato da Ilaria Visualizza il messaggio
              che cervello... e non solo per fortuna

              Grande Ilaria!
              E grande anca Marco!

              Comment

              • lamiera
                Socio Estremo Meteo4
                • Jun 2006
                • 13034

                #8
                Re: Quando climatologia, geologia ed archeologia si abbracciano

                Originariamente inviato da Ilaria Visualizza il messaggio
                che cervello... e non solo per fortuna
                Anche dei piedi notevoli ! ah ah ah
                SO MASSA VECIO PER PERDERE "TEMPO" !

                Comment

                • lamiera
                  Socio Estremo Meteo4
                  • Jun 2006
                  • 13034

                  #9
                  Re: Quando climatologia, geologia ed archeologia si abbracciano

                  Bravo vecio ! Dopo me lo leso col rispetto che merita !
                  SO MASSA VECIO PER PERDERE "TEMPO" !

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