Gelo di febbraio Nel '29 e nel '56 l'Adige ghiacciò
FREDDO E STORIA. L'ansa del fiume a Parona era percorribile a piedi
Le due gelate raccontate da L'Arena: a un ragazzo di Isola della Scala si congelarono le orecchie
09/02/2012
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L'Adige ghiacciato a Porto di Legnago nel 1929| La fontana di piazza Bra ridotta a montagna di ghiaccio nel 1956| L'Adige ghiacciato a Parona nel febbraio del 1985
Il grande freddo era iniziato anche allora nei primi giorni di febbraio: simbolo di quel mese terribile del 1956 è stata la fontana di piazza Bra, sommersa da neve e gelo. Per sgelare quella montagna di ghiaccio, si racconta che l'Agsm usò allora acqua a dieci gradi: era il 18 febbraio 1956, e quell'operazione fu un avvenimento.
Il freddo fu ancora più intenso di quello del 1929. Allora, 27 anni prima, sempre il nostro giornale, e sempre di febbraio, scrisse «Siamo a meno 10, 11 gradi e di notte a meno 16. Da tutti i paesi della provincia segnalano “Freddo siberiano” e danni alle colture. La circolazione è ostacolata dalla neve ghiacciata, tanto sulle strade che sui binari». Aggiunge il nostro cronista di quel 1929: «Basta dire che il treno proveniente dal Brennero, ieri sera è qui giunto con ben tre ore di ritardo. Non parliamo poi di quelli che vengono dall'oriente, che arrivano, quando arrivano, con dei ritardi di intere giornate».
Tornando al 1956, «L'Arena» allora scriveva che «Non si ha memoria di un avvenimento simile da anni». O meglio, qualcuno la memoria l'aveva. Il 16 febbraio 1956, si racconta che Antonio Sabaini, un diciottenne di Isola della Scala, tornando a casa in bicicletta da un veglione di fine carnevale, ha avuto il congelamento delle orecchie e alcuni reduci dalla Campagna di Russia hanno ricordato che un congelamento simile era raro anche durante la stessa ritirata degli alpini dalle steppe russe. Per chi da ormai dieci anni era tornato vivo dall'inferno siberiano, quel freddo fece venire in mente le pene patite in guerra.
Il 25 febbraio, «L'Arena» pubblica una bellissima foto dell'Adige completamente ghiacciato, oltre la curva della diga del Chievo verso Parona: tutta l'ansa era percorribile a piedi.
Se le gelate del 1929 e del 1956, sono state raccontate proprio dal nostro giornale, abbiamo addirittura il ricordo delle gelate di oltre sei secoli fa.
Ludovico Moscardo nel volume «Historia di Verona» per l'anno 1431, ricorda un grandissimo freddo che fece ghiacciare tutti i fiumi, si seccarono ulivi, viti e tanti altri alberi. Inevitabile la carestia. Per il 1490, la cronaca è ancora più drammatica: «Nel fine di quest'anno cadettero tante nevi e fu così eccessibile il freddo, che per molti giorni restò l'Adige agghiacciato e in modo che per ogni luogo si passava sopra il ghiaccio a piedi e a cavallo». La cronaca di Moscardo aggiunge che a Venezia si ghiacciò la laguna e così vi passarono lupi e altre bestie affamate, che fecero grandissimi danni.
Anche nel 1491, vi fu tanto freddo: durò anche a maggio, quando nel Veronese vi erano ancora fiumi gelati. Si replica nel 1514: quell'inverno, invece di passare sul ponte della Pietra, si attraversava il fiume sul ghiaccio. Nel 1635, viene ricordato invece che la neve durò due mesi e si ghiacciò l'Adige dal ponte Nuovo fino a quello delle Navi: anche in questo tratto si passava a piedi o a cavallo. Due anni dopo, nel 1637, a gennaio, ancora l'Adige ghiacciato, in particolare attorno al ponte della Pietra: lo stesso Moscardo ricorda che non fu mai sentito un freddo così pungente. Aggiunge poi che quell'estate vi fu una grandissima siccità per la scarsità delle piogge, al punto che quasi tutti i pozzi si seccarono.
Freddo grandissimo anche nel 1665, ma la cronaca di Moscardo è più impressionata dal caldo che seguì l'estate successiva: fu il maggiore e il più lungo mai provato. Per invocare l'acqua furono fatte numerosissime processioni.
Queste antiche cronache che ci portano a due considerazioni opposte: non è tutta colpa del buco dell'ozono, ma è anche pur vero che la nostra scienza e la nostra tecnologia in tutti questi secoli non hanno fatto granché. E la saggezza popolare avverte: «Il tempo fa quello che vuole lui!».
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